Giuro di dire la verità. Tutta la verità. Nient’altro che la verità.
La notizia era nell’aria. La riforma “Maroni” non piace alla sinistra radicale. Per cui è necessario abolire lo “scalone”; quel provvedimento che aumentava il limite di età per andare in pensione. Proprio quel provvedimento che avrebbe riequilibrato, almeno per un ventennio, la previdenza italiana. Tutto il problema è racchiuso nel limite di età.
Problema compreso da tutto il mondo.
Ma non in Italia. Da noi bisogna andare in pensione prima degli altri. Si nega che la speranza di vita sia aumentata per cui anche se i contributi previdenziali versati non sono idonei a garantire una retribuzione pensionistica sufficiente alla bisogna, occorre pensionare a 57, al massimo a 58 anni. Non c’è ragione che tenga.
Ma dove reperire i fondi?
Abolire lo scalone significa dover trovare una montagna di soldi.
Come fare?
Nessun problema. Aumentare la tassazione, diminuire le pensioni del ceto medio.
Risolto il problema.
La sinistra esulta.
Nessuno si domanda però, perché la previdenza naviga in cattive acque. Ecco le principali ed innegabili cause.
- il debito pubblico;
-l’aumento della speranza di vita;
-le pensioni baby (che dal 1950 ancora succhiano risorse);
- i ripetuti prepensionamenti,
- la contribuzione figurativa (attuata largamente anche oggi).
Desidero chiarire e dare spunti di riflessioni sulla contribuzione figurativa.
La “contribuzione figurativa” altro non è che una simulazione di versamenti per quei lavori “socialmente utili” che non servono a nessuno ma che sono portatori di voti, di retribuzioni mensili e di pensioni senza nulla pagare.
Nessuna censura viene formulata per aumentare le pensioni minime.
Ci si domanda però perché a spese delle pensioni del ceto medio?
E’ possibile che nessuno si renda conto che per avere una pensione medio-alta si sono versati contributi anch’essi medio-alti e non si è percepita nessuna parte della retribuzione in nero per evadere contributi?
Il principio applicato è quello demagogico cattocomunista per cui tutti siamo uguali e quindi dobbiamo avere tutti una pensione congrua.
Ovviamente anche quelli che nella loro vita “lavorativa” non hanno mai pagato o che hanno pagato pochi contributi.
Tutto questo a spese e a danno di chi ha pagato di più e, soprattutto, non ha evaso contributi previdenziali.
A parte ogni altra considerazione, chi decide queste oscenità sono proprio quelli della cosiddetta “casta” che, in buona parte parassiti della società, a piacer loro si aggiudicano e si approvano retribuzioni e vitalizi favolosi senza ritegno e senza pudore!
I tesori ed i tesoretti, frutto dell’inasprimento fiscale, dovevano servire per accontentare i piccoli partiti consapevoli che senza la loro fiducia, il Governo va a carte quarantotto.
Questi altro non sono che i partiti estremi che i politici chiamano la “sinistra radicale”.
Invece chi scrive li chiama così come va chiamata: la “sinistra comunista”.
Quella sinistra a cui il ceto medio è inviso.
Ecco allora per colpire quest’ultimo, così come è stato fatto nel passato, si pensa alle perequazioni.
Quelle perequazioni che livellano verso il basso trattamenti pensionistici che sono frutto di oneri previdenziali di un certo peso.
E’ noto che abbiamo avuto riforme a strappi: Amato, Dini, Prodi, Amato, Maroni.
Quest’ultima, pur se diventata legge è rimasta sulla carta.Vale a dire priva di efficacia in quanto, secondo una parte politica, avrebbe penalizzato lavoratori. Penalizzato in quanto collocati in quiescenza a sessant’anni anziché a cinquantasette.
Questo salto di età è stato definito “scalone”.
Tuttavia, siccome è necessario agire con cautela, il provvedimento contenente le norme sulla perequazione annuale viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 278 del 29 novembre 2007 (D.I. – Economia/ lavoro in data 19.11.2007).
Il citato Decreto Interministeriale è chiaro. L’aliquota per la perequazione
viene fissata nella misura dell’1,6% ed è applicata:
- per intero alla quota non eccedente l’importo corrispondente a cinque volte il trattamento minimo INPS (pari a 2.180,70 mensili corrispondente a 28.349,10 annui);
- al 75% (corrispondente all’1,2%) per la quota pensione eccedente cinque volte l’importo corrispondenti al trattamento minimo INPS (oltre 2.180,70 mensili).
Pertanto la preoccupazione del blocco, per le pensioni medio alte sembrava vanificato. Ma non è stato così.
L’insidia, perché di “insidia” si tratta, era contenuta nella finanziaria. Nota in effetti solo agli addetti ai lavori e a coloro che conoscono il complicato linguaggio del legislatore sanno tradurre in contenuti gli astrusi riferimenti.
Le ultime parole famose:
“ ... non abbiamo toccato le aliquote fiscali come sarebbe piaciuto agli avversari.
Ma abbiamo distribuito il peso del fisco e concesso le perequazioni con maggiore senso di giustizia.”
Colpire e penalizzare il ceto medio per questo Governo è giustizia retributiva e fiscale.
Le perequazioni tradotte in fasce retributive si presentano così:
a) aumento dell'1,6% per la fascia di pensione fino a 2.180,70 mensili;
b) aumento dell'1,2% per le fasce di pensione superiori a 2.180,71 mensili;
c)aumenti zero per le pensioni superiori a otto volte il trattamento minimo INPS, pensioni di 3.489,12 lordi mensili, vale a dire pensioni che al netto di IRPEF e addizionali varie
(regionali e comunali) risultano mediamente di 2.500/2.700 netti, che non avranno nulla; restano fuori dal circuito della perequazione, perdendo come minimo 80/100 al mese.
Il ceto medio ringrazia.