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ODIO E SOPRAFFAZIONE NEL DNA DEL COMUNISMO


autore: 
Roberto Vittucci Righini

Non c’è niente da fare, il comunismo ha l’odio e la sopraffazione nel Dna, e le Nazioni che ne subiscono il contagio finiscono regolarmente in bagni di sangue.

Dopo l’Ungheria, la Cecoslovacchia e le altre Nazioni che, subita per decenni la colonizzazione bolscevica, hanno potuto riacquistare la libertà e l’indipendenza dopo la caduta nel novembre 1989 del muro di Berlino, sottraendosi così alla schiavitù che era stato loro imposta dai carri armati della “falce e martello”, stanno ora tentando di rialzare la testa il Myanmar che anela alla democrazia ed il Tibet che giustamente vuole l’indipendenza.

In entrambe le Nazioni il via è stata dato dai mai troppo apprezzati Monaci buddisti che nell’ex Birmania si battono contro la giunta militare che detiene il potere con la violenza, nonostante il verdetto delle democratiche votazioni che ne avevano sancito la sconfitta; in Tibet i Monaci si oppongono all’occupazione cinese attuata nel 1949/1950, che ha trasformato nel 1965 lo Stato sino allora indipendente, in una “regione autonoma” della Cina.
Fallita l’insurrezione, schiacciata nel sangue dalla repressione delle truppe di Pechino, che portò alla fuga dal Tibet il 10 marzo 1959 del Dalai Lama e di circa 80.000 tibetani emigrati in particolare in India, e dopo le distruzioni dei templi e monasteri buddisti dal 1966 al 1968 ad opera delle famigerate “guardie rosse” (la cui pratica del cannibalismo non smorzò gli osanna nei loro confronti da parte dei trinariciuti nostrani) i Monaci buddisti, appoggiati dalla popolazione, hanno ripreso le proteste e le manifestazioni anti-cinesi.

Nell’indifferenza di gran parte del mondo cosiddetto civile, la Cina sta nuovamente soffocando nel sangue l’anelito di libertà dei tibetani, nascondendo le stragi che attua a Lhasa, Garden ed in altre località, dietro il paravento delle prossime vicine Olimpiadi, traendo forza anche dal recente suo depennamento dalla lista dei dieci Paesi che, secondo gli Stati Uniti d’America, violano in modo più massiccio i diritti umani.

Come nel 1980 nei confronti delle Olimpiadi svoltesi a Mosca, nel 2008 le Nazioni democratiche dovrebbero prendere le distanze e non inviare i propri atleti a gareggiare in uno Stato che oltre ad imporre la dittatura comunista ai propri abitanti, la esporta con la violenza rendendo proprie colonie vicini Stati indipendenti.