Egregio Direttore, quasi per caso mi sono ricordato che il 18 marzo è caduto il 25° anniversario della morte in esilio di re Umberto II.
Mai avrei pensato che, dopo tanti anni, le spoglie mortali di un Uomo che seppe conquistarsi la quasi unanime stima e rispetto di amici e nemici, ancora riposino in una terra non sua.
37 anni di esilio da vivo (di cui quasi venti trascorsi a combattere il cancro che lo uccise), confortato solo dall’affetto di tanti Italiani che non lo avevano dimenticato.
37 anni di delusioni e false speranze, vissuti nel desiderio di poter almeno morire nella sua Patria.
Anche questo gli venne negato da una classe politica che, con ciò, non diede la miglior immagine di sé.
A quei 37 anni di esilio da vivo, la repubblica ha aggiunto, fino ad ora, anche 25 anni di esilio da morto.
Mi sembra un po’ troppo. Perché se volessi portare un fiore sulla sua tomba, occorre che vada in Francia?
Se vogliamo veramente ricostruire, anche moralmente, questa nostra Italia, cominciamo dalle piccole cose: il rientro dei nostri Sovrani defunti in Patria è una piccola cosa, a fronte dei tanti nostri problemi di oggi, ma se non superiamo definitivamente il passato - e superare non vuol dire dimenticare - sarà difficile costruire un vero futuro di serena convivenza per noi e i nostri figli.
Le cose dette e fatte dagli eredi del Sovrano lasciano il tempo che trovano, e non possono certo inficiare una decisione che, ormai, non credo sia ulteriormente procrastinabile, per giustizia storica.
Cordialmente.
Franco Ceccarelli.
(Lettera inviata ai principali quotidiani italiani dall’amico Dr. Ceccarelli, per quanto ci risulta dagli stessi non pubblicata).