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PANORAMA INTERNAZIONALE


autore: 
G.V.R.

Si accentua la crisi del Pakistan, il secondo Stato musulmano del mondo per numero di abitanti dopo l’Indonesia, indissolubilmente legato alla sorte dell’Afghanistan.
Fu infatti proprio dalle madrasse (scuole coraniche) del Pakistan che uscirono i famosi studenti poi detti talebani che ingaggiarono e vinsero la guerra in Afghanistan occupata dai sovietici coadiuvati dagli scherani locali. In quella lotta furono inquadrati ed armati oltre che dai servizi segreti pakistani, soprattutto da quelli americani. Vinta la guerra e cacciati gli invasori stranieri il fronte della resistenza afghana si frantumò e si divise in lotte asperrime. Alla fine prevalsero proprio i talebani che appartenevano all’etnia maggioritaria afghana, quella dei patshun, contrastati in particolare dai partigiani dell’Alleanza del Nord del monarchico ShaMassud, poi ucciso in un attentato.

Dopo il disastro delle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti si videro costretti a reagire per evitare che l’Afghanistan si trasformasse in un narcostato che già ospitava numerosi campi di addestramento di Al Quaida, l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, per di più con la possibilità di procurarsi armi nucleari che erano già in possesso del Pakistan. Con un attacco deciso gli Stati Uniti con l’appoggio dell’Alleanza del Nord rovesciarono in breve tempo il regime talebano, ma non riuscirono ad annientarne i seguaci che si sparpagliarono ovunque organizzando una guerriglia feroce e radicata nel territorio.
Ed ora a complicare le cose si è aggiunta l’uccisione di Benazir Bhutto, ex capo del governo e leader del Partito del Popolo Pakistano, tornata dall’esilio volontario per presentarsi alle elezioni fissate in un primo tempo all’8 gennaio di quest’anno. La di lei morte ha scatenato violenti disordini in tutto il territorio, costringendo il Presidente Parvez Musharraf a rinviare le votazioni.

Gravi disordini anche in Kenia, finora considerato uno stato modello e citato come esempio da imitare tra quelli africani. Le recenti elezioni hanno visto la risicatissima vittoria del Presidente Mwai Kibani contestato dal capo dell’opposizione Raila Odinga. La verità è che i due antagonisti non rappresentano diverse concezioni politiche ma contrapposti interessi tribali - Kikuyu contro Luo - e fanno rimpiangere a non pochi ancora una volta i tempi del tanto deprecato colonialismo, che con buona pace dei cosiddetti benpensanti del giorno d’oggi non ha mai dato luogo a massacri efferati, pulizie etniche e addirittura ad episodi di cannibalismo come quelli avvenuti anche in anni recenti in Ruanda, nel Congo e via dicendo.

In Georgia, l’attuale capo dello Stato Mikhail Saakashvili, leader ella fazione antirussa, fautrice dell’adesione alla NATO ed all’U.E., ha vinto le elezioni ed è stato riconfermato nonostante le proteste dei suoi avversari.

Negli Stati Uniti prosegue senza sosta la campagna dei candidati alle elezioni presidenziali che per ora ha segnato buoni risultati per il democratico di colore Obama e segnato un’imprevista battuta di arresto per Hillary Clinton, sostenitrice del potere alle donne, che a suo avviso sarebbero più preparate ed idonee ad occupare posti di comando.
Tutto può essere, ma allora non si capisce perché la buona Hillary che di cognome fa Rodham, si presenti sotto il cognome del marito, l’ex Presidente Clinton.