mensile di politica, cultura e informazione

UNA CASA PER I POVERI E PER GLI SFRATTATI


autore: 
Vincenzo Ruggieri

DOV’E’ LA NOVITA’?

Gli Istituti Autonomi per le Case Popolari hanno avuto avvio con la prima legge promulgata in Italia durante il Regno, per facilitare la costruzione di case popolari (legge n. 251 del 31.5.1903 per iniziativa dell’On Luigi Luzzatti).

Il provvedimento si inseriva nel quadro di una politica sociale che, al principio del secolo, diffuse in Italia forme nuove di enti economici e l’intervento dello Stato a beneficio dei ceti popolari, senza trascurare l’effetto indotto sia su scala più propriamente sociale, sia come fattore di sviluppo economico.

Si voleva, con tale dispositivo, trasformare e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, in specie dei ceti meno abbienti, applicando nel rapporto sociale il principio della solidarietà, informato a precise esigenze di giustizia distributiva.
Questo principio della solidarietà e della giustizia sociale emergeva chiaramente dalla lettura dell’art.22 della legge n. 251 dei 31.5.1903, che improntava l’iniziativa degli Istituti Autonomi: non un interesse prettamente economico o esigenze di profitto, ma una precisa volontà ad intervenire nel sistema sociale, avendo di mira solo ed esclusivamente il “bene casa”.

Forse non tutti sanno che a monte di questa proposta o promessa formulata esiste altra copiosa letteratura che parte dal 1954 e fa storia sino al 1998.

Il primo a promuovere una intensa campagna alloggiativa è stato Amintore Fanfani. Certamente i non più giovani ricorderanno il cosiddetto piano Fanfani che prevedeva la costruzione di case popolari in quanto, sebbene ci fosse il blocco degli affitti, era difficile se non impossibile reperire alloggi. I proprietari preferivano tenere gli alloggi sfitti per non cadere sotto i tallone del blocco e/o delle leggi antisfratto.

In sostanza dal 1948 sino al 1978 per i proprietari era impossibile sfrattare l’inquilino e venire in possesso del proprio alloggio, anche se questi era colpevolmente moroso. Anni bui per i piccoli proprietari anche in considerazione che la magistratura tutelava, oltre ogni misura, la cosiddetta parte più debole rappresentata dall’inquilino.

Le leggi sul blocco degli affitti venivano rinnovate unitamente al blocco degli sfratti. Uno spiraglio si aprì nel 1978 con la famosa legge sull’equo canone.

In questo segmento temporale c’è stato un fiorire dell’edilizia popolare. Il piano “Fanfani” lasciò il posto all’Ina Casa e la tensione abitativa cominciò ad affievolirsi anche se il blocco degli sfratti continuava ad essere rinnovato semestralmente.
Semestralmente perché all’epoca, i lettori ricorderanno, i governi duravano sei mesi circa.

Anche il piano Ina Casa esaurì il suo mandato ma le esigenze abitative continuavano a tenere banco.
Gli sfratti erano diventati meno difficili ed occorreva quindi studiare altro sistema per dare case agli sfrattati. Ricordo che famiglie sfrattate si accampavano nelle piazze principali di Milano,Torino, Genova, Napoli, Bari, Taranto, ecc. E quindi affrontare e cercare di risolvere il problema casa è stato sempre una buona trovata elettorale.

Quindi bisognava ringiovanire i programmi dell’edilizia popolare e si creò l’Incis. Altra struttura proiettata a costruire alloggi.
Infatti l’Italia fu letteralmente invasa dagli alloggi Incis. Forse non c’è dipendente pubblico che non abbia fruito di tali alloggi. Ricordo che ad Aosta c’era addirittura una esuberanza di tali alloggi e molte famiglie ne occupavano anche due.

Tuttavia, così come gli sfratti non finivano mai, anche gli alloggi non erano mai sufficienti a soddisfare le esigenze abitative della popolazione meno abbiente. Però, è bene ricordarlo, non sempre gli alloggi dell’edilizia popolare venivano assegnati a famiglie bisognose. Gli abusi erano e sono evidenti.

Molti occupano ancora oggi tali alloggi pur non avendone diritto. Ma gli abusi come si mascherano? Sciogliendo o ristrutturando gli enti preposti (enti soppressi e/o riformati ce ne sono una valanga). A volte basta cambiare denominazione ed il gioco è fatto.
Gli abusi svaniscono. Quindi l’Incis, grazie a questo escamotage viene soppresso e diventa Ex Incis. Anche la dirigenza viene rinnovata e il piano edilizio continua ma non risulta mai sufficiente alla bisogna. Passano gli anni ed anche la struttura denominata “Ex Incis” deve essere rinnovata.
Occorre ammodernarla e cercare, col solito sistema di archiviare, vecchie pratiche (che oggi si chiamano scheletri). Quindi viene sciolta la struttura “Ex Incis” ormai obsoleta e con un colpo di genialità si crea la famosa Gescal.

Chi non ha mai sentito parlare della Gescal? Altro Presidente dell’ente. Altri dirigenti lautamente pagati.
Anche la Gescal fa il suo tempo e quindi, come nel passato si scioglie l’ente e si crea, con scarsa fantasia, l’ente “Ex Gescal” che gestisce, ovviamente, tutto il patrimonio immobiliare costruito sino al 1998.
In tale anno con un colpo di spugna, pur con l’esistenza di esigenze abitative, anche l’ultimo ente viene definitivamente sciolto, e, con una magia degna del famoso illusionista Houdini, anche il fondo svanisce nel nulla. E’ stato sufficiente un decreto interministeriale Lavoro/Tesoro (Treu/Pennacchi) ed i miliardi Gescal si sono volatilizzati.

Desidero ricordare che gli enti preposti alla costruzione dell’edilizia popolare erano finanziati con ritenute dello 0,35% dello stipendio. Quindi risorse a palate.

L’allora vigente normativa, prevedeva la concessione degli alloggi al solo personale soggetto alla citata trattenuta.
Quindi dovevano essere esclusi i commercianti, i giornalisti i parlamentari, i liberi professionisti.
Norma che non veniva rispettata.

E qualche parlamentare ha fatto cronaca. La norma prevedeva inoltre, è bene ricordarlo, che se il personale, durante la propria vita lavorativa, non avesse usufruito di questo tipo di alloggio, all’atto del pensionamento avrebbe avuto diritto alla restituzione di quanto inutilmente versato; in alternativa, versamenti effettuati, opportunamente rivalutati, dovevano essere detratti dal prezzo di acquisto dell’unità abitativa, nell’ipotesi di acquisto della stessa.

Dopo circa 50 anni, e precisamente nel 1998, le norme che disciplinavano gli alloggi Ina/Casa- Incis – Ex Incis - Gescal, furono modificate ed i lavoratori in generale e gli statali in particolare si videro confiscare tutte le ritenute subite nel corso della vita lavorativa.

La ritenuta dello 0,35% non fu abolita.Cambiò denominazione e destinazione.
Andò ad aumentare versamenti previdenziali.

Gli statali persero i diritti acquisiti e nessun sindacato difese i lavoratori. Anzi furono presi a calci da quel Ministro del Lavoro che da sindacalista fingeva di difenderli.
Nessuno portò in piazza lavoratori. Non furono fermati treni ed aerei. Nessuno organizzò girotondi.

Senza ricordare quanti prestigiosi alloggi furono venduti a prezzi di realizzo (paghi uno e prendi due) a noti personaggi di cui, per carità di Patria e per motivi di privacy, ometto prudentemente le generalità.

Con un modesto contributo di solidarietà pari allo 0,1% della retribuzione si potranno costruire alloggi e soddisfare le relative esigenze.

Il fondo potrà chiamarsi Gecappes (Gestione case per i poveri e sfrattati) con la speranza che le case vadano ai poveri e che nessun ministro si comporti come l'illusionista Houdini.