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APPUNTI DI VIAGGIO DALL’INDOCINA


autore: 
Italico Santoro

A fine 2007 il Direttore di questo Mensile ha effettuato un viaggio in Indocina, con tappa anche in Tailandia, in compagnia tra gli altri dell’Onorevole Italico Santoro, Condirettore del quotidiano del Partito Repubblicano Italiano “La Voce Repubblicana”.

Con l’Onorevole Santoro, persona di grande simpatia, garbo e cultura, si è instaurato un ottimo rapporto consolidato dalla constatazione che, a parte la questione istituzionale, le sue idee combaciavano con quelle del Presidente dell’Alleanza Monarchica.

Tra i due è stato conseguentemente raggiunto l’amichevole accordo in base al quale l’On. Santoro avrebbe scritto una cronaca del viaggio e l’Avv. Roberto Vittucci Righini l’avrebbe sul nostro Mensile integrata con notizie storiche e illustrata con le fotografie che man mano scattava.
Il frutto di tale collaborazione, proposto ai Lettori de “La Voce Repubblicana”, lo viene ora a quelli di “Italia reale” che lo pubblica in tre puntate.

Il Direttore

I VIETNAM Hanoi 1978

L’ultimo ricordo che conservavo di Hanoi risaliva al 1978. Era una sera di fine luglio, calda e umida.
Lungo le strade che circondavano verso Nord l’Hoàn Kiém Lake - il Lago della Spada restituita, centro della città, sfilavano migliaia di vietnamiti in camiciola e pantaloni chiari. Tutti uguali, tutti indistinti, gridavano slogan anticinesi.
La guerra con gli americani era finita da tempo, il Paese era unificato da tre anni, ma altri conflitti si profilavano all’orizzonte.

La Cina - che da poco si era liberata della “banda dei quattro” trovando in Deng Xiaoping il suo nuovo leader - aveva sospeso gli aiuti, espulso gli studenti vietnamiti e minacciato di impartire al vicino indocinese una solenne lezione.
Apparentemente, per una marginale questione di confini; in realtà erano in discussione i rapporti - troppo stretti a giudizio dei cinesi - che il gruppo dirigente vietnamita intratteneva con l’Unione Sovietica.

All’inizio del ’79 scoppiò il conflitto. Durò diciotto giorni, poi i cinesi decisero di ripiegare.
Nel frattempo i vietnamiti avevano aperto un nuovo fronte, invadendo la Cambogia.

Anche qui, apparentemente per liquidare il feroce regime di Pol Pot; in realtà, per sbarazzarsi di un governo che - questa volta a giudizio dei vietnamiti - era troppo legato alla Cina.
Il ricordo del colonialismo francese, della lunga guerra con gli USA, della solidarietà tra Kmer rossi e comunisti vietnamiti era già lontano.

L’Indocina ritornava agli equilibri - e ai conflitti - che ne avevano segnato la storia per secoli.
E così, anche dopo il 1975, il Vietnam continuò ad essere presente nelle cronache dei giornali occidentali solo per le sue guerre. O, ancora peggio, vi comparve per gli spietati regolamenti di conti che erano in corso nel Paese. Si cominciò a parlare dei “boat people”, poveri disperati in fuga dalle repressioni interne e disposti a giocarsi la sopravvivenza alla roulette del destino; delle minoranze etniche perseguitate; dei campi di rieducazione.

Del mito che aveva infiammato i cuori di un’opinione pubblica occidentale troppo ingenua e sprovveduta - o troppo ideologizzata - non restava più niente. Neppure tra chi aveva marciato davanti alla cattedrale newyorkese di Saint Patrick indossando la famosa collanina con un frammento di aereo americano abbattuto dai vietcong. Jane Fonda, Yves Montand, Giuliano Zincone … tutti delusi e pentiti! E “orfani”, come scrisse appunto quest’ultimo.

Hanoi oggi

Oggi lungo quelle stesse strade, nel quartiere commerciale, nella città vecchia, fino al Lago dell’Ovest, le sfilate sono di altro tipo.
Centinaia di motorini e motociclette si intrecciano, si incrociano, si districano nel traffico, rischiano di scontrarsi e solo miracolosamente restano in piedi.
Fidanzati, giovani famiglie, compagni di scuola o di divertimenti - in due, in tre, qualche volta addirittura in quattro su un solo veicolo - sono l’espressione di una nuova generazione che è nata dopo il 1975 (il quaranta per cento dei vietnamiti ha meno di trent’anni).

L’approdo alla motorizzazione - sia pure quella a due ruote - è il loro status symbol. Insieme con i jeans, che indossano uomini e donne, con le magliette griffate (magari false), con i telefonini.
Si ritrovano lungo i due laghi, si baciano sulle panchine, camminano abbracciati, frequentano ristoranti che si chiamano Potomac o bar dal suggestivo nome di Highlands. Ristoranti e bar che sorgono al fianco delle antiche pagode o ai margini di vecchi quartieri dove sopravvive ancora l’antico medioevo asiatico.

Sono le ragazze soprattutto a dettare modi e tempi di questa trasformazione.
Vestite come le loro coetanee occidentali, aggressive, il telefonino sempre in mano o all’orecchio, anche sui motorini quando guidano o si aggrappano al compagno che è davanti.
La loro guerra la combattono tutti i giorni, sulle strade per non essere travolte dagli altri, nella vita quotidiana per conquistare la loro parte al tavolo del bottino consumista che ha investito il Paese.

C’è, naturalmente, anche un altro Vietnam. Quello del Mausoleo dedicato a Ho Chi Minh, che campeggia sulla piazza dove si svolgono le grandi parate e ha di fronte un palazzo in cupo stile sovietico che ospita l’Assemblea Nazionale.

Ma anche qui i turisti sono tanti, si raccolgono per le fotografie di gruppo e il luogo sembra avere smarrito l’austera sacralità che aveva nel 1978.
E c’è soprattutto il Vietnam ancora povero e arretrato, che consuma i suoi miseri pasti lungo banchetti aperti su marciapiedi dissestati.

L’epicentro di queste contraddizioni è il vecchio mercato.Vastissimo come lo sono i mercati orientali, con le fogne a cielo aperto e l’odore acre di spezie; ma anche lì con motorini che si incuneano tra i banconi, che complicano la vita a chi si aggira nel dedalo di merci e negozi, che occupano con prepotenza le stradine. Vecchio e nuovo che coesistono e che pure sono ormai tra loro lontanissimi.

Anche ad Hanoi è giunto il soffio dell’Asia che si trasforma.
Quando arrivai ad Hanoi nel 1978, la città si raggiungeva dall’aeroporto attraverso il vecchio ponte di ferro sul Fiume Rosso: progettato da Gustave Eiffel e lungo poco meno di due chilometri, era uno dei simboli del passato coloniale francese.

Percorrerlo era un azzardo, e non tanto perché molte strutture erano state danneggiata dai bombardamenti americani (opera di demolizione che peraltro è stata poi continuata, e forse con maggiore efficacia, dagli abitanti della zona che ne asportano i bulloni per rivenderli alle fonderie). Era un azzardo perché bastava che si bloccasse un solo veicolo - di veicoli fatiscenti era composto quasi l’intero parco automobilistico dell’epoca, formato per buona parte di vecchi camion sovietici - e il traffico si paralizzava per ore.

Adesso c’è un nuovo ponte, e una autostrada a due corsie consente di raggiungere rapidamente la città.
Ma il vecchio ponte di ferro - ora solo pedonale - resta uno dei simboli di Hanoi.
Perché “i francesi - dice la giovane guida che nel 1978 era appena nata - hanno portato via tanto, ma tanto ci hanno lasciato.

A cominciare dalla cultura, dall’architettura, dalla cucina”.
E l’architettura in stile coloniale francese continua a caratterizzare il paesaggio urbano, con i suoi edifici pubblici ora trasformati in ministeri, facoltà universitarie, musei; con l’edilizia civile ramificata nell’intera città, che rende marginali le più recenti costruzioni in stile sovietico degli anni sessanta e settanta; con le grandi ville che oggi sono sede di ambasciate; o, infine, con la cattedrale cattolica dedicata a San Giuseppe, ripetizione in sedicesimo di Notre Dame, gremita di fedeli nel tramonto della domenica sera.

Politica ed economia

“Socialisti in politica, liberali in economia”, questa è la versione diffusa tra le nuove generazioni vietnamite per interpretare il loro Paese. Anzi, aggiungono, noi siamo ancora - con la Cina, con Cuba, con la Corea del Nord - uno dei quattro Paesi che si definiscono comunisti; poi si vedrà.
Di comunista, francamente, non si vede molto.

Se non nella burocrazia asfissiante che rende lunga l’attesa in aeroporto riempiendo di inutili timbri inutili moduli. O nei tanti impiegati pubblici ancora in divisa militare che oziano un po’ dappertutto; e che vengono avvertiti dalla maggioranza della popolazione urbana come un peso, uno scotto da pagare in attesa che la trasformazione del Paese giunga a compimento.
Circa il settanta per cento delle attività economiche è ormai privatizzato.

Quanto ai dirigenti politici, al governo, il sentimento dominante nei loro confronti è quello di una sostanziale indifferenza.
La generazione “eroica”, la generazione delle guerre con i francesi e gli americani, cresciuta e formatasi con Ho Chi Minh, è completamente scomparsa;
resta in vita, ma ormai quasi centenario, solo il mitico generale Giap, il vincitore della battaglia di Dien Bien Phu. I loro più giovani epigoni sono privi di carisma, di prestigio.

Burocrati ai quali è affidato il compito di assecondare lo sviluppo senza provocare traumi irreparabili.
I loro nomi dicono poco ai vietnamiti e nulla al resto del mondo.Tutelano il “doi moi”, il “rinnovamento” avviato nel 1991, che cominciò con l’introduzione dell’economia di mercato e trovò il suo punto naturale di approdo nel 1995 quando vennero ristabilite le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
Relazioni che oggi rappresentano qualcosa in più di una normale coesistenza tra Stati. Come nel resto del Sud-Est asiatico, il dollaro è la valuta di riferimento al quale si mantiene agganciato il “dong”, la moneta vietnamita; circa il venti per cento delle esportazioni si dirigono verso gli USA; gli americani sono al primo posto nel flusso turistico, sempre più in espansione; e di recente militari vietnamiti hanno cominciato a frequentare le scuole di guerra statunitensi,“per imparare l’inglese” secondo la versione ufficiale.

Del vecchio conflitto resta solo il ricordo. Ho Chi Minh, con il suo mausoleo e le sue bandiere rosse; i
cunicoli di Cu Chy, la città sotterranea nei pressi di Saigon, che venne abitata dai vietcong per combattere gli americani; l’iconografia ufficiale trasformata peraltro in merce per turisti. Sono altri i problemi che incombono: la continuità dello sviluppo, del “doi moi”, in politica interna; e in politica estera un occhio attento sull’ingombrante vicino, da sempre percepito come un potenziale nemico.

Due fronti sui quali gli Stati Uniti possono essere preziosi alleati.
Sulla strada per My Son My Son fu un importante centro di culto del popolo Cham, che all’inizio del passato millennio contrastò con alterne vicende la potenza egemone dell’epoca, l’impero Khmer (al quale si devono i grandi templi di Angkor). Sepolto dalla foresta, era stato poi riscoperto dai francesi che ne avevano avviato il recupero. Con il sentiero di Ho Chi Minh che si inerpica lungo le montagne
circostanti, fu inevitabilmente teatro di duri scontri durante la guerra con gli americani. Non a caso Danang - dove aveva sede la grande base statunitense - dista solo una sessantina di chilometri.

A My Son, finalmente, ho sentito parlare degli ultimi vietcong. Che sono, naturalmente italiani (siamo bravi, si sa, ad esportare ideologia a buon mercato).

Percorrendo su una vecchia jeep americana il tratto di strada che porta ai templi, l’autista mi chiede, attraverso la guida, di cantare il nostro inno nazionale.
Provo ad intonare, con qualche difficoltà, “Fratelli d’Italia”. L’autista mi guarda stupito:“Ma io ne conosco un altro - traduce la guida - conosco una canzone che dice: ‘Bella
ciao’, è la canzone degli italiani che vengono a lavorare a My Son nella missione archeologica”. E che cercano anche, evidentemente, di risvegliare il sopito spirito rivoluzionario dei vietnamiti.

Seduta vicino a me, Maria Tilde - una signora che aveva vissuto il Sessantotto in modo duro e puro - ha quasi le lacrime agli occhi: non so se pensa con simpatia agli archeologi italiani o con rimpianto ai vietcong ormai scomparsi.
O forse alla giovinezza lontana e perduta.

A poca distanza dai templi, in una specie di teatro improvvisato, alcune ballerine si esibiscono in una danza tradizionale. Il loro rituale comincia in abito lungo, finisce in costume (quasi) adamitico. Poco oltre, tra gli immancabili souvenir, spiccano naturalmente i medaglioni di Ho Chi Min, mescolati con quelli di Gesù e con le riproduzioni - in misure e dimensioni per tutti i gusti - del “linga” e della “ioni”, i sacri simboli della sessualità comuni alle culture e alle religioni induiste.
Resta la suggestione dei templi e dell’ambiente che li avvolge.
Una magia che neppure il crescente flusso turistico riesce a spegnere.

Huè

Per circa centoquaranta anni Huè fu capitale degli Nguyen, l’ultima Dinastia imperiale vietnamita.
A mezza strada tra le due grandi anse fluviali che segnano la storia del Vietnam - il Fiume Rosso a nord e il Mekong a sud - conserva molte costruzioni dell’epoca.

(1 - continua)