Le dimissioni di un Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Tredici anni fa, il 22 ottobre del 1993, il Gen. C.A. Goffredo Canino, allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, falsamente accusato dalla consorte di un Ufficiale superiore di raccogliere fondi per organizzare un colpo di stato, di aver parte in traffici internazionali di armi e di frequentare esponenti della criminalità organizzata, rassegnò le dimissioni al fine di preservare la F.A. da ogni possibile attacco e di poter reagire liberamente in sede legale per la salvaguardia della propria onorabilità.
Il fatto determinante di questa decisione fu la solidarietà nei confronti di un Comandante di Regione Militare, a lui sottoposto, sollevato dall’incarico ricoperto perché indirettamente ed ingiustamente coinvolto nello scandalo.
Il martellamento mediatico che ne seguì colpì tutto l’Esercito: l’Alto Ufficiale, in particolare, fu oggetto di articoli, filmati e parodie televisive umilianti che furono diffusi per mesi in Italia ed all’estero.
Il Generale Canino, tuttavia, affrontando dignitosamente la sistematica e prolungata opera demolitrice della sua persona, riuscì a dimostrare la propria innocenza ed a ottenere non solo l’arresto dell’accusatrice e del consorte per le calunnie pronunciate ma anche a far condannare, con una sequela di sentenze emesse dal 1997 al 2006, tutti coloro che lo avevano diffamato.
Tuttavia, fino ad ora, nessuno tra quelli che promossero la clamorosa campagna scandalistica, senza verificare l’attendibilità delle accuse, ha fatto pubblica ammenda facendo emergere la meno eclatante verità espressa chiaramente dalle numerose sentenze.
Per cui nell’opinione pubblica è rimasto solo il fango provocato dall’eco delle fantasiose ed infamanti accuse.
Il Generale Canino, da parte sua, ha raccontato tutto ciò diffusamente in una intervista rilasciata nel 2003 al giornalista Pietro Baroni che l’ha inserita nel suo libro “Clandestino in RAI - Giornalista senza DOC”.
Tutti noi, peraltro, che a quei tempi abbiamo partecipato al disagio morale del nostro Capo di Stato Maggiore, dobbiamo sentire il dovere di raccontare la verità ora clamorosamente sottaciuta da quegli stessi mezzi di diffusione che, con compiacimento, tanto spazio dedicarono all’accusa.
Sono fatti da non dimenticare e da divulgare con chiarezza non solo per la giusta riabilitazione dell’interessato ma anche per fugare ogni dubbio sull’integrità morale della FA.
Altrimenti si lascerà alla storia nazionale un ingiusto, oscuro e nebuloso ricordo e nell’opinione internazionale la negativa impressione di un presunto malcostume italico.
Generale di C.A.
Mauro RIVA Presidente A.N.U.P.S.A.
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