L’Assemblea del Consiglio d’Europa ha dichiarato la repubblica Italiana ( e più che mai come in questo caso va utilizzata questa espressione) “sorvegliata speciale” fino alla scadenza dell’1 novembre 2008: ossia è stato imposto un vero e proprio ultimatum alle istituzioni repubblicane perché pongano immediato e concreto rimedio al problema della durata dei procedimenti civili, penali e amministrativi che è divenuta scandalosa.
Già con la risoluzione 1516 del 2006 (concernente l’altrettanto annosa questione della mancata attuazione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo) l’Assemblea aveva fortemente stigmatizzato il sistema giudiziario italiano per le reiterate violazioni in tema di “durata ragionevole” dei processi, conseguenze di mancanze strutturali del detto sistema che pongono in serio pericolo l’effettività dei diritti sostanziali riconosciuti.
La repubblica italiana è stata così “censurata” e diffidata dall’adottare realistici piani d’azione per ovviare a tali gravi inadempienze, il cui permanere potrebbe determinare l’espulsione della Nazione dai consessi internazionali.
Dopo vari passaggi interlocutori, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 14 febbraio 2007 ha concesso un sofferto “rinvio” al governo italiano fino all’1 novembre 2008 per adeguare l’azione della giustizia.
Il 5 aprile scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge, proposto dal ministro della giustizia Mastella, recante “disposizioni per l’accellerazione e razionalizzazione del processo penale” per garantire la sua “ragionevole durata” da collegare a un D.L. di marzo relativo al processo civile. Immediata e forte è stata la protesta dell’Unione delle Camere Penali dinanzi a norme di legge che introducono violazioni lesive del diritto alla difesa: per tentare di coprire altrui “magagne” si è pensato solo a penalizzare gli avvocati! Infatti nel testo iniziale si era ipotizzata l’esclusione del diritto al rinvio del processo per legittimo impedimento del difensore nelle udienze riservate all’assunzione delle prove, sradicando così la funzione di controllo e garanzia assolta dall’avvocato.
Ben altre saranno le soluzioni da adottare per garantire la “ragionevole durata” dei processi: il rientro nelle funzioni operative delle centinaia di magistrati distaccati presso ministeri e enti pubblici come burocrati o consulenti; la riforma dell’accesso alla carriera, il riordino degli uffici giudiziari…e tutto a costo zero per i cittadini.
Nel messaggio del 13 giugno 1946 Re Umberto II, dinanzi al noto atto rivoluzionario dell’ancora “suo” governo De Gasperi, confidando sull’azione chiarificatrice della Magistratura, dichiarava che le tradizioni di “libertà e indipendenza” di quest’ultima erano “una delle glorie d’Italia”. E’ noto come la Suprema Corte di Cassazione, in spregio al parere del Procuratore Generale Pilotti e del Primo Presidente Pagano (le due massime autorità della magistratura italiana in quel momento) il 18 giugno 1946 si sia pronunciata contro l’accoglimento del “ricorso Selvaggi” con 12 voti contrari e 7 favorevoli (fra cui appunto quello di Pagano) ed abbia avallato il colpo di Stato del governo.
Da quel momento è iniziato lentamente il “diluvio”. Tra clamorosi errori giudiziari (per tutti il caso Tortora), processi decennali a politici risoltisi in un buco nell’acqua (da Andreotti a Berlusconi), e indulti vari, la magistratura non può, assieme a tutta la classe dirigente della repubblica, che registrare il proprio fallimento anche in Europa.